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Bombardamento aereo di Caltanissetta – di Calogero Natale

9 Luglio 1943
Improvvisamente oggi, verso le ore 18, la rovina, il lutto e la disperazione si sono abbattuti su questa tranquilla cittadina del centro dell’Isola. Squadriglie di bombardieri anglo-americani si sono succedute ad ondate, per lanciare bombe sull’abitato, comparendo d’improvviso dall’orizzonte senza dar tempo nemmeno alle sirene di allarme. La città è stata completamente sconvolta: in tutti i quartieri le case sono cumuli di rovine e sotto di essi numerosi sono i morti ed i feriti. I due corsi principali della città sono interrotti da enormi buche, essendo stati centrati in pieno. Il rumore degli scoppi, del crollo delle case, delle invocazioni di aiuto e dei lamenti si confonde in un concerto allucinante. Ovunque è polvere e macerie.

Per accorrere a casa debbo attraversare quasi tutta la città, appena spenta l’eco degli scoppi. È un accorrere di persone, un cercare tra le case frantumate i propri cari scomparsi, ricomporne le membra lacerate. Il flagello della guerra si è abbattuto su tutto e su tutti: la Cattedrale ha il tetto sfondato, della Chiesa di San Sebastiano è rimasta in piedi la sola facciata, la Chiesa di Santa Lucia è scomparsa e scomparse sono le case che la fronteggiavano.

Signore misericordia e pietà! Le imprecazioni non servono a nulla! Chi è ferito, chi è ancora vivo non pensa che a salvarsi da qualche altra ondata di bombardamenti che può pioverci addosso da un momento all’altro. Arrivo a casa stanco e disorientato: mi accorgo a distanza che, fortunatamente, la mia zona è indenne ed i miei sono ad attendermi dinanzi la porta felici, nel vedermi arrivare, che sono stato risparmiato dal flagello. La decisione è improvvisa e precisa: raccogliere l’indispensabile ed allontanarci al più presto dalla città, prima che i bombardamenti ricomincino.

Circolano le voci più disparate sul numero dei morti: chi parla di centinaia e chi di migliaia. Ma certamente sono stati numerosi, oltre ogni previsione, dato che non si è avuto il tempo di correre ai rifugi antiaerei, proprio ora che era necessario. Tutti ci allontaniamo in fretta: non restano che i morti ed i sepolti dai calcinacci e dalle pietre nella vana attesa di essere liberati. Anche le case rimaste in piedi hanno gli usci e le finestre divelte dai risucchi di aria provocati dalle esplosioni. Occhiaie vuote, cose senza anima, tutto è sconvolto. Non vi è più energia elettrica, né erogazione di acqua, né fornitura di pane, né mercato. Sembra che siamo tornati all’improvviso — come per giuoco magico della bacchetta di un mago — all’età della pietra: ciascuno di fronte al suo istinto di sopravvivere. A questo ci ha portato la guerra!
18 luglio
Scrivo mentre di tanto in tanto giunge al mio orecchio l’eco lontana di un colpo di cannone: è una nostra batteria che vorrebbe dimostrare agli anglo-americani, che hanno già occupato parte dell’Isola, dal 10 ad oggi, la vitalità di una nostra resistenza. Una vitalità che fa ridere se in così poco tempo si sono verificate in Sicilia le situazioni cui ho assistito. Un cumulo di sensazioni dallo sbigottimento, alla meraviglia hanno dato agli attimi, trascorsi da noi tutti, un carattere di unicità storica addirittura strano. Avverto nella mia sensibilità di siciliano un complesso di impressioni che non riseco ad esprimere e a fissare sulla carta. Sono stati così sensazionali, movimentati e così imprevisti questi avvenimenti degli ultimi otto giorni da non poterli ora qui riepilogare. Pocanzi sono stato tra i soldati americani, sorridenti e pacifici, pur se da i loro volti sprizzava la sofferenza della lontananza e la fatica delle marce e dei bivacchi. Gli americani in Caltanissetta, oggi 18 luglio 1943! Non è questo un avvenimento di portata storica? Il popolo ha applaudito l’ingresso delle truppe vittoriose. Un contadino ha — dinanzi ai miei occhi incuriositi — abbracciato e baciato un soldato americano, con tanta effusione che un fratello non avrebbe fatto di più. Era in lui la coscienza della libertà riconquistata? Oppure era simpatia che gli sgorgava spontanea dal cuore?

I cittadini, con i segni della stanchezza e della sofferenza trascorsa, scendevano dalle campagne con il loro fardello di meraviglia e di una contentezza quasi incredula. Ma la gioia era soffusa di mestizia e di ansia. L’arrivo degli americani significa restaurazione della libertà e crollo clamoroso di tutta l’impalcatura politico-economica che segnava i suoi giorni con le ere e che ci aveva quasi abituati a credere nella sua valida costituzione capace di sfidare il tempo. Mi capita tra le mani uno dei tanti opuscoli di propaganda scritti in questi tempi. È del generale Baístrocchi. Il suo titolo «La certezza della vittoria» mi suona, in questo momento, stupido e insulso come tale è del resto tutto il suo contenuto. (…) Ritrovo tra le mie carte il seguente scritto che il mio amico poeta Mario Farinella mi dettò in ufficio dal suo centralino militare tempo addietro, prima ancora che si addensasse sulla nostra calma vita cittadina la bufera della guerra e il terrore dei bombardamenti aerei: «Un calabrone mi ronza nel cervello ed i miei verdi occhi di demonio le tenebre violentano nella lussuriosa notte tropicale. L’Isola brucia. Dietro i cancelli urla la folla, morte all’ultimo giullare, impazzito in orge di sangue. Brandisco coltelli di vendetta, le cento campane del secondo vespro iracondo gridano il destino e s’affondano i miei verdi occhi di demonio nelle occhiaie vuote di tutti i terribili cadaveri. Io vedo passare, passare nel truce silenzio, passare teste di morti per la vendetta dell’ultimo giullare». Ho compreso il significato di queste parole, inspiegabili a suo tempo, solo ora ad avvenimenti compiuti. Solo ora che la resa dei conti aspetta l’ultimo giullare, responsabile diretto delle nostre rovine.

(Sicilia bombardata, Editrice SEL, 1963)

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